Granelli: la forza delle MPMI tra identità e innovazione

Cultura del saper fare, capacità di innovare senza perdere identità, centralità delle micro, piccole e medie imprese nel tessuto produttivo italiano: sono questi i temi cardine al centro dell’intervista a Marco Granelli, Presidente di Confartigianato Imprese, che nella rubrica Raccontare l’industria offre una lettura autorevole dell’evoluzione delle MPMI.
Un contributo che si inserisce nel contesto delle celebrazioni degli 80 anni di A.P.I., occasione per riflettere sul valore profondo del sistema produttivo e sulla necessità di rinnovarne il racconto. Dalla “creatività innovativa” alla “manifattura aumentata”, fino alla capacità di evoluzione che contraddistingue le imprese più dinamiche, emerge il profilo di un tessuto imprenditoriale capace di coniugare tradizione e tecnologie avanzate, radicamento territoriale e apertura ai mercati globali.

Nel dibattito pubblico, termini come “PMI”, “manifattura” e “industria” spesso non ricevono l’attenzione che meritano. Quali parole, secondo lei, dovremmo riscoprire o usare (con maggiore consapevolezza) per raccontare il valore reale del tessuto produttivo delle MPMI?

«Dobbiamo avere il coraggio e l’orgoglio di restituire centralità ai valori del saper fare e della piccola impresa, che sono il vero motore della nostra economia. La prima parola è certamente “creatività innovativa”. Mi riferisco alla capacità tutta italiana di unire l’intelligenza delle mani a soluzioni tecnologiche d’avanguardia. Dobbiamo poi parlare con più consapevolezza di “personalizzazione” e di “su misura”: sono le caratteristiche che ci rendono unici e competitivi nei mercati globali rispetto alla produzione di massa. Infine, non dobbiamo temere di definire le micro e piccole imprese come la “spina dorsale” dell’Italia. Quando ricordiamo che rappresentano il 99,4% del nostro tessuto produttivo e impiegano quasi 12 milioni di persone, non stiamo solo dando dei numeri, ma stiamo descrivendo l’identità e la cultura produttiva profonda del nostro Paese».

Oggi il mestiere di imprenditore e i lavori dell’industria soffrono di una narrazione superata, parziale o addirittura assente. Quali elementi pensa siano fondamentali per costruire un nuovo immaginario: più attrattivo e vicino alla realtà delle MPMI e al loro valore?

«Il concetto cardine su cui puntare è quello di “manifattura aumentata”. Dobbiamo raccontare una realtà dove la tradizione produttiva e l’eccellenza esecutiva si integrano virtuosamente con il design, la sostenibilità e l’innovazione digitale. Il piccolo imprenditore oggi governa tecnologie sofisticate: pensiamo ai sarti che usano l’AI per realizzare i prototipi delle loro creazioni o ai laboratori d’arredo che utilizzano bracci robotici. Un nuovo immaginario deve mostrare che il mestiere della piccola e micro impresa è di serie A, capace di generare un valore aggiunto di centinaia di miliardi di euro e di presidiare con successo i mercati internazionali. È un modello con profonde radici territoriali e con ali robuste per volare in tutto il mondo, portando ovunque l’eccellenza dei prodotti Made in Italy».

Quanto conta il linguaggio nel definire la percezione del lavoro industriale e dell’imprenditore? In che modo un uso consapevole e diverso delle parole può contribuire a valorizzare e diffondere la professione di imprenditore e la varietà, solidità e complessità delle professioni nelle MPMI?

«Il linguaggio è uno strumento imprescindibile di dignità e riconoscimento sociale. Un uso consapevole delle parole ci permette di valorizzare la figura dell’imprenditore non solo per la sua capacità esecutiva e manuale, ma anche e soprattutto per quella ideativa e progettuale. Un risultato concreto di questa battaglia linguistica e identitaria condotta da Confartigianato è la novità normativa contenuta nella Legge annuale PMI in vigore dal 7 aprile: ora le denominazioni artigiano e artgianale legate alle produzioni d’eccellenza, su misura e a valore tipico della piccola impresa sono finalmente protette e riservate esclusivamente alle imprese iscritte all’albo delle imprese artigiane. Non è solo un tecnicismo, ma un atto di trasparenza e di valore reputazionale che la nostra Confederazione attende da anni per combattere la concorrenza sleale di quasi un milione di finti artigiani».

Se potesse indicare una parola chiave per il futuro delle MPMI nei prossimi anni, quale sceglierebbe e perché?

«Se dovessi scegliere una sola parola per il futuro, sceglierei “Evoluzione”. Il tessuto della piccola impresa italiana possiede una caratteristica rara: la capacità di cambiare pelle senza tradire le proprie radici. I dati recenti sono straordinari e ci dicono che il settore è in pieno sprint tecnologico. Nel corso del 2025 abbiamo assistito a un vero e proprio balzo nell’uso dell’intelligenza artificiale all’interno delle piccole imprese, con una diffusione che è triplicata rispetto a soli due anni fa.

Questa evoluzione dimostra che la piccola impresa è un laboratorio continuo di sperimentazione. L’impresa del futuro incorpora l’innovazione per potenziare la qualità, ottimizzare i processi e minimizzare gli scarti, confermandosi come il modello produttivo più dinamico per affrontare le sfide ambientali e sociali dei prossimi decenni. A questo proposito, la riforma della legge quadro dell’artigianato, che Confartigianato ha fortemente sollecitato e che ora il Governo è delegato ad attuare, consente alle nostre imprese di evolvere, di irrobustirsi dal punto di vista del numero di addetti e delle forme societarie, ma senza perdere la propria anima: la creatività innovativa. La riforma ne valorizzerà pienamente tutte le dimensioni: non solo quella manifatturiera e tecnico-operativa, ma anche quelle ideativa, progettuale e creativa».

Dal suo punto di vista e di osservazione quali sono i cambiamenti culturali e formativi necessari per avvicinare i giovani al mondo della manifattura e colmare la distanza?

«Dobbiamo mostrare ai ragazzi che scegliere la piccola impresa è un’opzione di libertà, di autoimpiego e di sostenibilità, e rappresenta un patrimonio di saperi e competenze che rendono il Made in Italy riconoscibile e inimitabile nel mondo. Una ricerca condotta con il Censis ci dice che quasi il 40% degli under 35 guarda a questo modello economico con estremo interesse. Per raccogliere questo potenziale serve un nuovo e più stretto rapporto tra imprese e scuola. Avvicinare i giovani alla manifattura significa dare loro una formazione manageriale e tecnica adeguata, “attrezzi del mestiere” moderni per diventare i nuovi creatori del Made in Italy, garantendo quel ricambio generazionale essenziale affinché il nostro sistema continui a far crescere l’Italia, realizzando sviluppo economico e coesione sociale».


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