Nel ciclo di interviste “Raccontare l’industria”, che accompagna A.P.I. nel percorso di celebrazione dei suoi 80 anni, esploriamo come sta cambiando il modo di parlare di manifattura e PMI.
Un racconto che troppo spesso si è cristallizzato in termini astratti – tessuto produttivo, sistema Paese – lontani dalle persone e dalle nuove generazioni, che al lavoro si avvicinano attraverso storie, volti, esperienze concrete.
Ne parliamo con Riccarda Zezza, Founder e Chief Science Officer di Lifeed, che ci invita a rimettere al centro la complessità reale dell’impresa e del ruolo dell’imprenditore, e il potere del linguaggio nel costruire visioni e opportunità. Dalle competenze impropriamente definite “soft” alla relazione tra giovani e imprese, emerge una parola chiave: transilienza, la capacità di trasferire risorse e saperi tra ruoli e contesti diversi. Una qualità essenziale per le PMI, dove contaminazione e adattamento sono parte della vita quotidiana.
Questa visione si è tradotta anche in un’esperienza concreta di collaborazione, infatti, A.P.I. e Lifeed erano tra i partner del Progetto MASP – Master Parenting in Work and LifeProgetto , finanziato dall’UE.
MASP, promosso dal Comune di Milano come ente capofila, è stato finalizzato non solo ad aiutare le persone a conciliare l’equilibrio tra la propria vita e l’occupazione, ma anche a incentivare la partecipazione delle donne al mercato del lavoro.
Le parole che guidano il Paese
Nel dibattito pubblico, termini come “PMI”, “manifattura” e “industria” spesso non ricevono l’attenzione che meritano. Quali parole, secondo lei, dovremmo riscoprire o usare (con maggiore consapevolezza) per raccontare il valore reale del tessuto produttivo delle PMI?
«La parola che userei è “mestiere”, nel senso più antico e pieno del termine: qualcosa che si impara con le mani, con il tempo, con l’errore e la correzione. Il problema del racconto sulle PMI e sulla manifattura è che si è inceppato su termini astratti e aggregati – “tessuto produttivo”, “sistema Paese” – che descrivono bene le statistiche ma non raggiungono le persone. Le persone, soprattutto i giovani, si avvicinano a un lavoro attraverso le storie, le immagini, i volti. Abbiamo bisogno di racconti concreti: chi fa cosa, perché lo fa, cosa impara facendolo. “Mestiere” ha in sé l’idea che il lavoro trasformi chi lo fa, non solo i materiali che tratta. È una parola che restituisce dignità e complessità al tempo stesso: ciò di cui abbiamo bisogno oggi».
Un nuovo immaginario per l’impresa
Oggi il mestiere di imprenditore e i lavori dell’industria soffrono di una narrazione superata, parziale o addirittura assente. Quali elementi pensa siano fondamentali per costruire un nuovo immaginario: più attrattivo e vicino alla realtà delle PMI e al loro valore?
«L’immaginario che abbiamo sull’imprenditore è costruito su stereotipi potenti: il self-made man solitario, il visionario carismatico, o in alternativa il piccolo imprenditore schiacciato dal sistema. Entrambe le immagini sono parziali e, soprattutto, poco attrattive per chi sta scegliendo cosa fare della propria vita. Quello che manca è il racconto della complessità reale del mestiere di imprenditore: una persona che ogni giorno trasferisce competenze tra contesti diversissimi, che sa essere leader con i collaboratori, negoziatore con i fornitori, innovatore con i clienti, genitore d’azienda con gli apprendisti. È una figura ricchissima di sfaccettature, che richiede quella capacità di abitare ruoli multipli che la ricerca oggi indica come la competenza più preziosa nell’era dell’incertezza. Raccontarlo attraverso storie vere cambierebbe l’immaginario».
Visione, Identità e linguaggio
Quanto conta il linguaggio nel definire la percezione del lavoro industriale e dell’imprenditore? In che modo un uso consapevole e diverso delle parole può contribuire a valorizzare e diffondere la professione di imprenditore e la varietà, solidità e complessità delle professioni nelle PMI?
«Il linguaggio costruisce la realtà prima ancora di descriverla. Quando parliamo di “inserimento” dei giovani nelle imprese, stiamo già dicendo qualcosa di preciso: che i giovani sono un corpo estraneo che deve adattarsi a un organismo già formato. Se invece parlassimo di “incontro” o di “contaminazione”, cambierebbe la postura di entrambe le parti. Lo stesso vale per le parole con cui descriviamo le competenze: continuiamo a dividere il mondo tra competenze “hard” – quelle tecniche, certificate, che stanno sui CV – e competenze “soft”, che il nome stesso relega a un ruolo secondario. Eppure, proprio le cosiddette soft skill – la capacità di gestire l’incertezza, di comunicare in modo efficace, di imparare continuamente – sono le competenze più preziose per le imprese. Se chiamassimo queste capacità con nomi nuovi, se smettessimo di svalutarle linguisticamente, cominceremmo anche a cercarle nei posti giusti: non solo nei titoli di studio, ma nelle esperienze di vita delle persone».
Uno sguardo al futuro della narrazione industriale
Se potesse indicare una parola chiave per il futuro delle PMI nei prossimi anni, quale sceglierebbe e perché?
«La parola che sceglierei è “transilienza”. È un neologismo entrato nel vocabolario Treccani nel 2023 che indica la capacità di trasferire intenzionalmente risorse – competenze, tratti, energie – da un ruolo della propria vita a un altro, trasferendo ciò che si sa fare invece di segregarlo in compartimenti stagni. Per le PMI, che vivono di contaminazione continua tra funzioni, ruoli e generazioni, è esattamente la competenza che serve: trovare persone capaci di portare quello che hanno imparato in un contesto dentro un contesto diverso, di connettere invece di separare, di crescere attraverso le transizioni invece di subirle. La sfida del ricambio generazionale e della trasformazione tecnologica non si risolve trovando persone con le competenze “giuste”, perché quelle oggi cambiano troppo in fretta. Si risolve trovando persone “transilienti”, capaci di danzare con la complessità invece di tentare di semplificarla oltre misura. Le PMI che sapranno riconoscere questa capacità anche dove si presenta in forme inaspettate – in percorsi non lineari, in esperienze di vita che non stanno sui curriculum – avranno un vantaggio enorme. I dati dell’Osservatorio Lifeed, che dal 2015 lavora con le aziende su questi temi, mostrano che le persone con identità multiple e connesse arrivano a raddoppiare le competenze disponibili in ogni ambito: non perché imparino di più, ma perché imparano a vedere ciò che già hanno».
Giovani, competenze e futuro
Dal suo punto di vista e di osservazione quali sono i cambiamenti culturali e formativi necessari per avvicinare i giovani al mondo della manifattura e colmare la distanza tra scuola, università e PMI?
«Il problema centrale è che il sistema educativo propone ancora un modello lineare in un mondo del lavoro che quel modello lo ha già perso da tempo. Ai giovani viene chiesto di scegliere presto e di restare coerenti con la scelta, mentre il mercato premia sempre di più chi sa trasferire competenze da un contesto all’altro, chi abita ruoli multipli senza frammentarsi, chi cresce attraverso le transizioni invece di temerle. Il risultato è una generazione paralizzata dall’ansia di un’impossibile “scelta giusta”, convinta che cambiare direzione significhi fallire. Insegnare la transilienza nelle scuole – non come concetto astratto ma come pratica concreta: mappare i propri ruoli, riconoscere le competenze che si sviluppano in ciascuno, sperimentare il trasferimento tra contesti diversi – cambierebbe profondamente questo scenario. Un giovane che sa di portare in officina la capacità di problem-solving allenata nello sport, o la gestione della pressione imparata prendendosi cura di un familiare, smette di vedere la manifattura come un ripiego e comincia a vederla per quello che è: un ambiente ad alta complessità, dove sapersi muovere nella complessità e nell’incertezza è la competenza principale. Manca però la narrazione che lo dica in modo credibile. Qualcosa si muove: programmi come quelli sviluppati da Lifeed dimostrano che quando le persone imparano a mappare i propri ruoli e a trasferire consapevolmente le competenze tra di essi, cambiano anche il modo in cui si raccontano e si propongono al mercato del lavoro. E quella narrazione devono costruirla insieme le imprese, le scuole e chi, come le PMI, sa già cosa significa produrre valore nella complessità».
Per informazioni sul Progetto “A.P.I. 80” e sul ciclo di interviste, contattare il Servizio Comunicazione di A.P.I. alla mail: comunicazione@apmi.it

