A.P.I. News inaugura questa settimana un nuovo ciclo di interviste dedicato alle voci autorevoli del territorio, alle istituzioni, al mondo accademico e agli imprenditori, per riflettere sul presente e sul futuro della manifattura e delle PMI, a partire da un elemento spesso dato per scontato ma decisivo: le parole che le descrivono.
Un percorso che nasce dalla consapevolezza che il modo in cui si racconta l’impresa, il lavoro e il mestiere di imprenditore incide profondamente sulla capacità di attrarre competenze, ridurre il mismatch tra domanda e offerta di lavoro, aprire ai giovani nuove prospettive professionali e garantire continuità alle aziende del nostro tessuto produttivo.
Il ciclo di interviste si inserisce nel progetto celebrativo degli 80 anni di A.P.I., l’apertura è affidata a Vera Gheno, linguista, saggista e attivista italiana, che ci offre una lettura originale dei cambiamenti sociali e culturali che attraversano il mondo del lavoro e dell’impresa.
Le parole che guidano il Paese
Nel dibattito pubblico, termini come “PMI”, “manifattura” e “industria” spesso non ricevono l’attenzione che meritano.
Quali parole, secondo lei, dovremmo riscoprire o usare (con maggiore consapevolezza) per raccontare il valore reale del tessuto produttivo delle PMI?
«Secondo me, più che trovare nuove parole, occorrerebbe spolverare quelle già esistenti. Nel caso di PMI, il problema è l’impenetrabilità della sigla: non tutte le persone la capiscono, per cui è importante non darla per scontata e prendersi quei pochi secondi in più per spiegarla; le altre parole di questo campo semantico hanno forse solo bisogno di diventare più familiari alle persone esterne all’ambito specifico. Altrimenti, si rischia di mettere in atto una narrazione che sembra parlare di qualcosa che non ci riguarda personalmente, di “altro”, quando invece tutte e tutti abbiamo a che fare, in un modo o nell’altro, con la PMI. Insomma, immaginarsi una narrazione meno tecnica, più alla portata di un pubblico ampio, è una strategia vincente in un contesto come quello nostro che tende alla settorializzazione, anche linguistica».
Un nuovo immaginario per l’impresa
Oggi il mestiere di imprenditore e i lavori dell’industria soffrono di una narrazione superata, parziale o addirittura assente. Quali elementi pensa siano fondamentali per costruire un nuovo immaginario: più attrattivo e vicino alla realtà delle PMI e al loro valore?
«Secondo me, molte persone non si sentono “vicine” all’imprenditoria perché quest’ultima soffre di un’immagine non solo o non tanto superata, quanto piuttosto vittima di stereotipi. Visto anche quello che vediamo sullo scacchiere internazionale (non riesco a non pensare ai tech bro statunitensi) si fa fatica a sentire empatia per l’imprenditore, e forse anche l’industria viene vissuta come un meccanismo oppressivo nei confronti di chi ci lavora più che come un’opportunità lavorativa, di crescita professionale. Certo, conta la narrazione, ma conta anche ciò che c’è dietro. Nei miei contatti con aziende di ogni tipo, ho incontrato visioni estremamente positive di imprenditori e di industrie là dove questi si impegnano per il benessere dei propri lavoratori e delle proprie lavoratrici. Non esiste a mio avviso testimonial migliore e più credibile di chi, lavorando in un’azienda, vi si sente anche accolto, sostenuto, aiutato».
Visione, Identità e linguaggio
Quanto conta il linguaggio nel definire la percezione del lavoro industriale e dell’imprenditore?
In che modo un uso consapevole e diverso delle parole può contribuire a valorizzare e diffondere la professione di imprenditore e la varietà, solidità e complessità delle professioni nelle PMI?
«Noi siamo animali narranti e narrati. Questo vuol dire che tanto passa dalle parole che scegliamo per descrivere le cose, perché giocoforza è attraverso le parole che noi conosciamo le cose, e di conseguenza le possiamo conoscere in maniera differenti. Non è vero che una parola vale l’altra, perché ogni parola è connessa alle nostre esperienze individuali e quindi ai nostri giudizi e pregiudizi, alle conoscenze, agli stereotipi, alle paure, ai sogni, alle speranze. Sottovalutare le parole è un grave errore, perché certo che i fatti sono importanti, ma poi questi fatti devono anche parlare, “presentarsi in pubblico”, per così dire. Di solito, quando un’azienda mi chiede di lavorare sulla comunicazione esoriferita, cioè verso l’esterno dell’azienda, chiedo sempre una cosa: ma la vostra popolazione aziendale come sta? Questo perché ritengo sia essenziale parlare prima di tutto della comunicazione endoriferita, cioè all’interno dell’azienda, sia orizzontalmente sia verticalmente. Se non si parte da questo, da come si parla tra dirigenti, o con le persone sottoposte, a mio avviso qualsiasi tentativo di “svecchiare” l’immagine aziendale rischia di essere poco incisivo perché rimane un lavoro di superficie, che non lavora in profondità».
Uno sguardo al futuro della narrazione industriale
Se potesse indicare una parola chiave per il futuro delle PMI nei prossimi anni, quale sceglierebbe e perché?
«Forse “umanità”. Al di là di brand, di marchi, di ruoli aziendali, al di là anche di un certo linguaggio un po’ stereotipato (con tanto inglese abbastanza farlocco, secondo me, che funziona all’interno ma contribuisce a dare un’immagine “fredda” all’esterno: mission, vision, buyer persona, forecast del quarter, user experience eccetera), le imprese, le industrie sono fatte di persone. Forse, ritornare a questo, cioè al ragionare sulle persone, è una delle possibili strade da percorrere per cambiare davvero e a fondo la narrazione industriale».
Giovani, competenze e futuro
Dal suo punto di vista e di osservazione quali sono i cambiamenti culturali e formativi necessari per avvicinare i giovani al mondo della manifattura e colmare la distanza tra scuola, università e PMI?
«Dare più fiducia alle giovani generazioni, tradizionalmente vittime di una narrazione fortemente derogatoria. Cosa ci aspettiamo da generazioni continuamente vituperate dai media, accusate di essere svogliate, pigre, prive di sogni e di ideali? Guardiamoci negli occhi: la storia dei giovani d’oggi che sarebbero peggio di noi è vecchia quanto il mondo, e si ripete generazione dopo generazione. Dobbiamo riconoscere che molto spesso il problema sta nell’incomunicabilità con chi è arrivato in questo mondo dopo di noi, più che in una loro intrinseca mancanza di qualità. E quindi, pensare alle persone giovani come alla risorsa più grande che abbiamo. Questo nella pratica può voler dire anche dare più spazi alle giovani generazioni, riconoscendo che la loro “alterità” può anche essere qualcosa che può portare davvero una visione nuova in qualsiasi contesto lavorativo».
Foto di Simona Muscolini

Per informazioni sul Progetto A.P.I. 80 e sul ciclo di interviste, contattare il Servizio Comunicazione di A.P.I. alla mail: comunicazione@apmi.it

