Nel 2026, anno in cui A.P.I. celebra i suoi 80 anni, il ciclo di interviste “Raccontare l’industria” approfondisce le trasformazioni che stanno ridisegnando la manifattura. In questo numero A.P.I. News incontra Donatella Sciuto, Professoressa ordinaria di Sistemi di Elaborazione e Rettrice del Politecnico di Milano, che offre una visione chiara sull’impatto di intelligenza artificiale, automazione e robotica.
Sciuto sottolinea, come oggi, non sia sufficiente reagire al cambiamento: occorre anticiparlo, dotandosi di nuove competenze e nuove figure professionali. La leva decisiva è la formazione continua, un processo che coinvolge tutti i livelli aziendali e che rappresenta la chiave per restare competitivi in un settore in rapida evoluzione.
Nel dibattito pubblico, termini come “PMI”, “manifattura” e “industria” spesso non ricevono l’attenzione che meritano. Quali parole, secondo lei, dovremmo riscoprire o usare (con maggiore consapevolezza) per raccontare il valore reale del tessuto produttivo delle PMI?
«Non sono del tutto d’accordo con la premessa. Credo, al contrario, che la manifattura stia attraversando un momento di grande attenzione. L’intelligenza artificiale, l’automazione e la robotica promettono di ridefinire intere filiere produttive, di ripensare ruoli e funzioni nel mondo del lavoro, di rimettere in discussione le catene del valore. Quando sentiamo parlare di “fabbriche buie” penso alle nostre aziende, al ritmo con cui l’innovazione progredisce in una parte di mondo, la Cina, dove sono impiegati oltre due milioni di robot. Un numero che è quattro volte a quello della Germania, alle prese con un’economia che non cresce e con difficoltà di tenuta della propria manifattura, dalla quale dipendono molte delle nostre piccole e medie imprese della componentistica. Direi quindi che mai come oggi termini quali “PMI”, “manifattura” e “industria” siamo al centro del dibattito pubblico ed è esattamente lì che devono rimanere. Un tema che al Politecnico di Milano ci è molto caro e che affrontiamo all’interno del Competence Center MADE, che mette a sistema le competenze del Politecnico di Milano per supportare i processi di innovazione digitale in ambito manifatturiero. in particolare delle piccole medie imprese».
Oggi il mestiere di imprenditore e i lavori dell’industria soffrono di una narrazione superata, parziale o addirittura assente. Quali elementi pensa siano fondamentali per costruire un nuovo immaginario: più attrattivo e vicino alla realtà delle PMI e al loro valore?
«In questo paese, c’è una narrazione assente che è quella dell’alta formazione. Mi riferisco, per esempio, al tema dei dottorati di ricerca industriali. Le aziende, e ancora di più quelle di piccole dimensioni, spesso faticano ad uscire da logiche tradizionali che vedono nell’università un interlocutore “a progetto”. Quello che sta accadendo in questa fase storica è l’esatto opposto. Se l’innovazione corre, dobbiamo anticiparla: prevedere e non reagire. Servono figure nuove. C’è poi una narrazione parziale che è quella relativa alla nuova imprenditorialità, alle start-up. Vorrei che ci fosse più consapevolezza, specie in ambito deep tech. Con TEF – Tech Europe Foundation stiamo investendo in questa direzione, consci che abbiamo talenti e competenze, ma che non sappiamo indirizzarli e supportarli a trasferire i risultati della ricerca in nuove realtà imprenditoriali. Dobbiamo creare una cultura dell’imprenditorialità nelle giovani generazioni per dargli modo di creare impresa in Italia. Anche questo è parte dello sforzo che stiamo facendo in termini di orientamento in uscita dei nostri studenti, insieme a TEF».
Quanto conta il linguaggio nel definire la percezione del lavoro industriale e dell’imprenditore? In che modo un uso consapevole e diverso delle parole può contribuire a valorizzare e diffondere la professione di imprenditore e la varietà, solidità e complessità delle professioni nelle PMI?
«Il linguaggio dà forma alle nostre idee e ai nostri pensieri. È l’espressione del nostro portato e della nostra cultura. Non è uno strumento neutro. Comunicare idee e valori è fondamentale. Ma ancora di più è la coerenza tra il racconto e l’azione. Dobbiamo fare in modo che le due cose corrispondano. Sette ragazzi su dieci considerano questo aspetto decisivo nella scelta del posto di lavoro. Uno su due è disposto a lasciare il proprio impiego, se questo patto di fiducia viene a mancare. Non basta quindi parlare di profitti o di guadagni, i giovani cercano altro. Questo è evidente da quanto possiamo osservare nel comportamento dei nostri laureati».
Se potesse indicare una parola chiave per il futuro delle PMI nei prossimi anni, quale sceglierebbe e perché?
«Formazione. Questa è la chiave di volta: continuare ad imparare per tutto il corso della propria permanenza in azienda. Vale a tutti i livelli. Aggiornare le competenze è un processo continuo che accompagna l’intero ciclo di vita lavorativa. Le sfide sono complesse e la tecnologia è sempre più pervasiva ed è sempre più un elemento abilitante per la competitività delle nostre aziende».
Dal suo punto di vista e di osservazione quali sono i cambiamenti culturali e formativi necessari per avvicinare i giovani al mondo della manifattura e colmare la distanza tra scuola, università e PMI?
«Il mio punto di osservazione è privilegiato. Al Politecnico questa distanza è davvero limitata. Con la scuola manteniamo uno stretto collegamento attraverso numerosi progetti di orientamento. La partecipazione nutrita ad iniziative come l’Open Day ne è la testimonianza più evidente. Per il mondo del lavoro, vale lo stesso. Abbiamo scelto di avere un Career Service interno che funge da punto di riferimento e di contatto tra aziende e studenti. I tassi di occupazione dei nostri laureati toccano il 97% alle magistrali, a un anno dalla laurea, e il 99% a cinque anni dal titolo. Le aziende ci danno ottimi riscontri. Nei ranking internazionali l’employer reputation è uno degli indicatori più forti. Aggiungo poi che il calo demografico alle porte non lascia spazio a speculazioni. Se una distanza esiste, va ridotta il prima possibile».

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